Mali Weil. Art, Datas and Activism: un laboratorio di ricerca a World Breakers

An essay by Mali Weil introducing Dro City Lab published in Italian at www.franzmagazine.com on 27 July, 2016

Urban Heat è un progetto di -Festival In Transition-, una rete europea costituita da 13 festival internazionali, per l’Italia drodesera, il festival di arti performative di Centrale Fies, Dro, Tn.  Supportato da Creative Europe, FIT permette ad un gruppo di artisti selezionati di interagire con comunità invisibili all’interno dei territori, siano essi città o, come in questo caso, ambienti “naturali”. Usiamo la parola naturale virgolettata perché il paesaggio in questione nel quale si lavorerà, è frutto di precise scelte economiche e antropiche: un fiume deviato per assecondare la produzione di energia, susini autoctoni estirpati per piantarvi vigne e melo, il pino nero, oggi assediato dalla processionaria, importato un secolo fa dall’Austria e immesso in un ambiente che per sua natura prevede palme e olivi. Fino all’oggi in cui gli orsi, ieri banditi, sono stati nuovamente intromessi importandoli dalla Slovenia. Insomma: il nostro paesaggio ha una storia di azioni umane che ne hanno modificato l’orizzonte.

In questi 3 giorni (27-31 luglio) cercheremo di usare diversi approcci (sia artistici che culturali che della comunicazione) per indagare l’attuale rapporto tra uomo e ambiente e come l’arte vi entra in gioco. Per presentare le domande da cui siamo partiti, i temi che tratteremo e le persone che coinvolgeremo, proviamo a fare un esperimento mentale e raccontiamo visivamente questo City Lab attraverso delle mappe.

 

Mali Weil le usa spesso come strumenti di ricerca, perché in generale esse aiutano ad intuire nuove relazioni e dunque nuove possibilità. Quindi proviamo a pensare a che tipo di mappe siano adatte ad attraversare un evento così denso di temi e partecipanti, ma volutamente aperto (e quindi con un indice di predicibilità molto basso) come questo Lab. 

Iniziamo con l’immaginare una cartina che connetta i luoghi fisici che il laboratorio mette in dialogo. A partire dal suo epicentro, Centrale Fies (Dro), si dipanano linee che mettono in collegamento luoghi vicini:

il biotopo delle Marocche (Dro) + il bacino idrico della Centrale (che seppur nello stesso spazio è giuridicamente escluso dal biotopo) + l’alveo del fiume Sarca e quindi i comuni della Valle dei Laghi, e posti geograficamente lontani come:

Tallin (EE) + Zurich (CH) + Praga (CZ) da cui provengono alcuni speakers e luoghi ancora più remoti che vengono chiamati in gioco attraverso le narrazioni politiche ed artistiche dei partecipanti (ad es. Ecuador, Caraibi e Groenlandia grazie ai lavori Forest Law o Subatlantic di Ursula Biemann).

Guardando questa carta, però, ci rendiamo subito conto che è necessario che i luoghi siano messi in relazione anche alle persone che li rappresentano, li abitano o che semplicemente li narrano. Ecco che a dei luoghi (fisici? politici?) si accostano i nomi dei soggetti partecipanti: Mali Weil, Brave New Alps, Dolomit/Trentino Alto-Adige + Annika Üprus, Daniel Vaarik/Estonia + Sodja Lotker/Repubblica Ceca + Ursula Bieman/Svizzera ma anche Ecuador/Groenlandia/Isole Sheetland/Caraibi/aree subsahariane + 10 artisti che provengono da diversi paesi d’Europa.

Tutti questi soggetti, poi, incontreranno a loro volta altre storie e voci di abitanti con cui entreranno in contatto: artisti presenti al festival, turisti di passaggio, pubblico, che quindi verranno diligentemente inscritti nella nostra mappa attraverso simboli adeguati.

Ma il territorio relazionale che il Lab prende in considerazione è ancora più ampio. Va segnalato quello che è stato creato dall’uomo e abbandonato nel paesaggio e con cui entreremo in dialogo perché capace di parlarci delle vicende socio-economiche di un territorio: i piloni elettrici dismessi e quelli utilizzati, le condotte forzate, i muri a secco, rovine, detriti che poi la vegetazione si riprende, gli animali trasformano in tane, appoggi, nascondigli etc.

Per questo di solito la cartografia ufficiale utilizza una simbologia con apposita legenda, e così la nostra carta si arricchisce ancora…

Ora, guardando questa strana mappa, che riporta simboli, colori e luoghi sovrapposti a nomi di persone, ci accorgiamo che rivela evidenti limiti: è completamente antropocentrica e non riconosce alcun ruolo ai partecipanti del Lab che sono chiamati a intervenire, non a voce, ma con la loro presenza fisica.

Così ci aggiungiamo un ulteriore livello: un livello che comprenda le entità naturali o non-umane fondamentali sia per il territorio che per la nostra ricerca e integriamo la cartografia precedente, così noiosamente Human, con la componente More-then-Human.

Un primo sguardo -non esaustivo- potrebbe quindi includere:

Fiume Sarca + Biotopo delle Marocche (con al suo interno a sua volta diverse specie di arbusti) + Palme (diverse varietà) + Ulivi (varie cultivar) + Susini (varie cultivar) + Meli (varie cultivar) + Vigne (varie cultivar) + parete di roccia del BRENTO+ Orsi (Ursus Arctos Arctos) + rettili (varie specie tra cui lucertole, ramarri, biacchi) + insetti (varie specie tra cui lepidotteri, mantidi) + uccelli (varie specie tra cui codirossi, succiacapre, zigoli, rondini montane). Alle loro storie verrà dato spazio nella nostra ricerca perché rendono ben visibile la  riscrittura costante del contesto operata dagli interventi umani che caratterizzano l’era dell’Antropocene.

Ogni entità presente sulla carta sarà collegata alle altre con cui è in relazione da una raggiera di linee sottili, trasformando tutto in un meraviglioso reticolato.

Adesso abbiamo in mano uno strumento abbastanza completo (e molto caotico) per disegnare il paesaggio del nostro laboratorio, ma non possiamo ancora usarlo per orientarci: a uno sguardo più attento risulterà che i confini, le linee isometriche, le aree di colore, i simboli, le nomenclature su questa complessa carta geografica sfumano continuamente, fluttuano, si confondono. Ciò che consideriamo oggetto si rivela soggetto. Ciò che abitualmente è in primo piano passa sullo sfondo e viceversa.

Le categorie che usiamo abitualmente per descrivere il paesaggio si rivelano instabili. La stessa ampia etichetta che abbiamo usato poco sopra, more-then-human, include entità mobili e statiche, animate e inanimate, singole (individui) e plurali (specie), gli stessi elementi tornano sotto diverse forme e nomi (il bacino e il biotopo, la parete rocciosa e la frana preistorica delle Marocche, etc.).

Come si può quindi costruire una mappa che dia realmente voce e spazio al non-umano? Una mappa che racconti il movimento e lo scambio costante e paritetico tra qui e lì, noi e loro, animato-inanimato?

Qui entriamo nel dominio di ciò che Bruno Latour e Isabelle Stengers chiamano cosmopolitica e che la video-artista ospite Ursula Biemann indica come dimensione geomorfica.

Perché la nostra mappa possa diventare cosmopolitica, dobbiamo perciò allargare ancora il discorso.

Un esempio di area soggetta a fluttuazione e difficile da nominare con precisione è quella giuridica: se proviamo  a immaginare di tracciare un ulteriore livello che renda conto delle entità legalmente riconosciute che partecipano al Lab, ci accorgiamo che esso include elementi che non hanno alcuna personalità giuridica come ad esempio il fiume Sarca (immaginiamoli ad esempio in bianco) e altri che ce l’hanno dalla loro nascita come i partecipanti umani (in azzurro) e alcuni che l’hanno da poco, faticosamente conquistata (gli ultimi esemplari dei susini di Dro, la foresta amazzonica ecuadoregna, la natura della contea di Pittsburgh e così via). In termini ad esempio di aree protette o zone private accade che nella mappa possono apparire ulteriori aree azzurre in base all’anno cui facciamo riferimento (come il biotopo delle Marocche, esistente legalmente dall’anno 2000). È probabile che la parte bianca della mappa rimanga predominante rispetto a quella azzurra.

La nostra ricerca di mappe fisiche e concettuali potrebbe continuare: nessuna mappa può dar conto dell’intero paesaggio e questo per almeno due motivi. Uno riguarda la natura del landscape che non è, come come spesso viene rappresentato, un oggetto, un correlativo oggettivo dell’azione (umana o no) ma una dinamica, data dalla continua rinegoziazione di relazioni tra agenti (human and more-then-human, naturali o post-naturali, umani o cyborg). L’altro riguarda la natura delle mappe, che sono uno strumento umano, disperatamente legato al nostro punto di vista e dunque andrebbero ripensate alla luce della decolonizzazione del concetto di landscape.

Su questo difficile terreno inizia il percorso dei nostri tre giorni di Lab.

Procedendo in questa direzione l’ultima mappa che vorremmo proporre è una mappa che sovrappone ai luoghi, le azioni che lasciano un segno sul paesaggio, indipendentemente da chi le compia.

Una narrazione che accolga in maniera non antropocentrica il segno di un aereo che passa col suo quoziente di inquinamento o la costruzione di una centrale idroelettrica, le orme fossilizzate dei dinosauri e la reintroduzione degli orsi, l’infestazione di processionaria, l’albero colpito dal fulmine, le tracce delle passeggiate che gli artisti del Lab con le loro guide umane e non umane condurranno in questi giorni etc. etc. In questo momento di svolta epocale il colore dominante su una mappa di questo tipo sarebbe ovviamente quello attribuito ai segni delle azioni umane.

Ma il futuro prossimo potrebbe rinegoziare i termini della questione.